Mese: Marzo 2020

Avete rotto lo smart schooling

Smart Schooling

Dopo l’articolo avete rotto lo smart working, non poteva mancare anche il post, articolo o meglio riflessione dal titolo avete rotto lo smart schooling. D’altronde se uno deve riflettere, deve farlo sugli argomenti del momento no?!? A differenza dello smart working, in questi giorni e in queste ore non ho avuto solo il piacere di leggere commenti o post dedicati allo smart schooling o smartschooling (pure in questo caso non ho ancora ben capito come si scrive, perché ognuno va per la query e la keyword sua), ma anche di essere coinvolto in modo diretto. Per chi non lo sapesse, è già dai banchi dell’università, anzi forse da molto prima, già dai banchi del liceo ho cercato di aiutare insegnanti e allievi per utilizzare al meglio le risorse tecnologiche del momento. Quindi dopo ore e ore di letture sui maggiori social animati dagli italiani, quotidiani italiani e soprattutto dopo essermi parecchio sporcato le mani con questa scuola smart, mi sono accorto che in molti hanno rotto lo smart schooling. Che cos’è lo smart schooling? Così come per altri argomenti, anche in questo caso non si può iniziare un discorso oppure analizzare un argomento senza capire di che cosa si tratta e con che cosa si mangia. Quindi da brava persona che sono, sono andato a fare una ricerca nella grande sfera di cristallo, cioè su Google, quella che potrebbe essere la definizione più adatta. Si perché a differenza dello smart working, lo smart schooling ha decine di definizioni e interpretazioni. Quindi diciamo che la seguente sembra quella più attendibile: Lo smart schooling è la scuola che sa valorizzare il contributo dei contenuti e delle piattaforme digitali. Aggiungerei io: Non solo durante i momenti di crisi, ma soprattutto durante tutto l’arco dell’anno o meglio del percorso scolastico di una persona. È facile adottare lo smart schooling con il decreto degli altri Lo so che qualcuno si è messo a ridere a questa affermazione, ma è così. Infatti, ci è voluto il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri emanato il 23 febbraio ed aggiornato il 1 marzo 2020, perché si inizi a parlare di smart schooling e di quelle che potrebbero essere le risorse giuste, ma anche utili. Quindi ecco che subito è corso ai riparti anche il MIUR, che si è subito attivato e ha fornito delle disposizioni per supportare i docenti nella formazione a distanza. Bene, pure in questo caso lo stato ha fatto la sua parte e poi ognuno di noi ha fatto un pochino quello che cavolo ha voluto. Si è così, ognuno ha fatto e dato la sua interpretazione al decreto e alle indicazioni del MIUR nella pagina dedicata, come meglio ha considerato e capito. Adesso vi spiego il perché. Lo smart schooling è una bellissima favola senza un lieto fine Sostanzialmente è bastato un momento di crisi generale per far esplodere lo smart schooling, ma sfortunatamente tutto quello che è stato scritto, detto e dimostrato, è solo una bellissima favola raccontata da chi ha due capacità dialettiche e conoscenze tecnologiche. Perché la realtà è totalmente diversa e lo smart schooling, così come lo smart working, non significa una marea di risorse hardware e software, lanciate la al vento e chi riesce a coglierle queste risorse è bravo, mentre gli altri no. Lo smart schooling è un’insieme di risorse utili sia a colui che deve insegnare, ma anche a colui che deve apprendere, se così non è siamo davanti ad un misero sistema di didattica a distanza. Questa citazione salvatela e ricordatevela, perché non la troverete da nessuna parte. Insomma, questo periodo storico ci sta mettendo davanti a delle realtà che pensavamo fossero adottate oppure che fossero una cosa di tutti i giorni, ma in realtà sono cose vecchie con un nome diverso. Quindi no, oggi l’80% degli italiani non svolgono lo smart working, ma bensì il telelavoro, mentre il 90% degli studenti italiani non è coinvolto nello smart schooling, ma in una misera didattica a distanza. Tra le altre cose, didattica a distanza fatta male, con risorse il più delle volte sbagliate e in ambienti che lasciano desiderare. Quindi ecco che la bellissima favola dello smart schooling sta prendendo una bruttissima forma, che a molti non piacerà. Lo smart schooling è la didattica a distanza! Nella situazione attuale, con le risorse messe a disposizione o comunque quelle più blasonate, non si può parlare di smart schooling se non semplicemente di un insegnamento a distanza, dove l’insegnante di turno prova a restare in contatto con i proprio allievi attraverso WhatsApp, mail e una misera applicazione o sito della scuola in cui viene caricato del materiale il più delle volte a caso, da fonti a caso, con richieste che non stanno ne in cielo ne in terra etc, etc. Perché seriamente, una professoressa che da dei compiti per esempio “dovete svolgere questa verifica di storia e me la dovete inviare via mail“, senza dire: se il compito deve essere fatto su un foglio protocollo scrivendo a mano, in corsivo o in stampatello, se devi farlo al computer in un file di testo, indicarti se il file doveva essere diviso in due colonne etc, etc. Non mette in pratica lo smart schooling, ma semplicemente una didattica a distanza, che io definisco ndo cojo cojo. Non sto scherzando, molti di voi condividono risorse fighissime, altri mi chiedono perché non spiego dell’importanza di Telegram per la scuola in questo periodo storico, ma non ci si soffermiamo sul fatto che il corpo docenti e la scuola in generale non è preparata per lo smart working e lo smart schooling. Sono della generazione che va visto comparire la lavagna interattiva multimediale all’interno della propria scuola. Quindi uno si aspetta che dall’introduzione della lavagna interattiva multimediale nella scuola italiana risale al 2006 quando il Ministro della pubblica istruzione Giuseppe Fioroni ne ha annunciato l’introduzione in Italia, la scuola abbia fatto un balzo in avanti. La risposta è NO. A questo punto, qualcuno dirà, beh allora con l’iniziativa ripresa, nell’ottobre 2008, dal ministro Maria

Che cos’è lo smart working?

Smart Working

Oggi ritorno a trattare con un pochino di attenzione e qualche dettaglio in più, quello che è il significato dello smart working. Ho fatto questa scelta, perché nel precedente post, diciamo che sono stato leggermente meno tecnico e soprattutto diciamo che era più che altro una critica a tutti coloro che hanno sfruttato il momento per attirare l’attenzione su di se parlando di smart working e non di telelavoro. Quindi, oggi vorrei dare dei dettagli in più su questo termine e su come questo nuovo modo di lavorare potrebbe essere un modo diverso di fare impresa in Italia nel prossimo decennio. Che cos’è lo Smart working? Come dicevo nell’articolo avete rotto lo smart working, per la legge italiana lo smart working è un lavoro agile e lo definisce così: Il lavoro agile (o smart working) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività. Però questo è quello che dice la legge italiana attraverso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Definizione non molto diversa da quella che vine indicata dal Chartered Institute of Personnel and Development: Lo Smart Working è un approccio all’organizzazione del lavoro finalizzato a guidare una migliore efficacia ed efficienza nel raggiungimento degli obiettivi attraverso la combinazione di flessibilità, autonomia e collaborazione, puntando sull’ottimizzazione degli strumenti e delle tecnologie e garantendo ambienti di lavoro funzionali ai lavoratori. Sostanzialmente queste due entità ci dicono la stessa identica cosa! Peccato che è idea comune identificare lo smart working come il lavorare da casa adottando hardware adatto (PC fisso, Notebook, Tablet e Smartphone) e software che consentono al lavoratore di volgere le sue mansioni, seguendo degli orari e obbiettivi prefissati, ma anche vincolanti. Quindi trasformando di fatto lo smart working in telelavoro. Quando la normativa Italia e quella internazionale, hanno iniziato a parlare di smart working? Per qualcuno, questo smart working sembrerà una di quelle cose inventate da oggi a domani per venire incontro ad un problema socio-culturale causato dal momento storico che stiamo passando, cioè questo benedetto virus COVID-19 che non ci vuole lasciare in pace e riprenderci dalla crisi economica dello scorso decennio. No, in realtà per il legislatore italiano il percorso che ha portato all’approvazione della normativa in vigore e dedicata allo smart working, è iniziato nel lontano 2014 con la proposta di legge finalizzata a dare maggiore flessibilità al mercato del lavoro. Percorso molto agitato e tortuoso che ha portato il legislatore a pubblicare nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana il testo della LEGGE n°81 del 22 maggio 2017, che indica le misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato. Qualcuno dirà che lo Stato Italiano ha approvato questa normativa molto a rilento, rispetto agli altri Stati Europei. Personalmente non è così, perché a quanto pare le prime normative a livello europeo e internazionale, in tema di smart working risalgono al 2014 con il Flexible Working Regulation del Regno Unito. L’anno seguente è stato lo Stato dell’Irlanda del Nord ad approvare una normativa dedicata allo smart working. Nel mentre, per la precisione verso la fine del 2016, nella risoluzione del Parlamento Europeo del 13/9/2016 (principio generale n. 48) vengono indicate le misure per lo smart working. Quasi nello stesso periodo in cui lo Stato Italiano varava la sua legge per lo smart working, i nostri Cugini d’Oltralpe inserivano la normativa dedicata allo smart working nella Loi Travail francese del 2017. Quali sono le regole del gioco? Come dicevo anche nel precedente articolo, perché si possa parlare di smart working o lavoro agile sia l’azienda, sia il lavoratore devono stipulare un accordo scritto in cui vengono dettate delle regole: Deve essere indicato un orario di lavoro, ma non vincolante; Un logo dal cui principalmente il lavoratore svolgerà la sua attività; Indicare una cadenza per la programmazione dell’attività da svolgere; Indicare quelle che saranno le fasce orarie di disponibilità; Indicare che la retribuzione sarà invariata rispetto al lavoro in azienda; Indicare tutti quelli che che sono i dispositivi tecnologici (hardware e software) assegnati dall’azienda al lavoratore; I controlli e le norme disciplinari; La tutela e la sicurezza. Insomma questo smart working ha delle cose molto interessanti e utili no? Quante e quali aziende applicano lo smart working? Quindi lo Stato ci dice che lo smart working è bello, le regole del gioco non sono neanche così malvagie e quindi quello che ci manca è sapere quante e quali aziende applicano o meglio hanno già adottato lo smart working. Cercando qua e là, qualche informazione mi sono imbattuto nell’articolo e nella lista realizzata da FlexJob. Per chi non lo sapesse, questo è il principale sito per chi è alla ricerca di un lavoro specializzato da remoto, lavoro a termine, come freelance e lavori flessibili. Bene da qualche anno a questa parte, FlexJob realizza una lista delle 100 migliori aziende per lo smart working e all’interno di questa lista troviamo alcune aziende come: Dell, SAP, Amazon, VMware, Cisco, Red Hat, LiveOps e GitHub. L’analisi e la lista si basa sulla cronologia delle offerte di lavoro proposte da oltre 54.000 aziende presenti nel database FlexJob, durante il 2019 hanno offerto il maggior numero di annunci di lavoro da remoto in giro per il mondo. Certo, qualcuno alla luce dell’elenco appena fatto dirà: Beh ma queste sono aziende che si possono permettere di avere lavoratori agili? La risposta è: Sicuramente è così, ma loro mettono in pratica lo smart working, noi in Italia abbiamo ancora il telelavoro. Infatti, come dicevo nel precedente articolo, in Italia siamo ancora legati al passato e molto spesso ci aggiorniamo a modo nostro. Se dovessi darvi un numero di società che offrono veramente dei contratti di tipo smart working, mi bastano