La favola del content creator milionario: quando la realtà buca lo schermo!

Ovvero: come abbiamo creduto che bastasse una webcam per diventare ricchi sfondati!


C’era una volta, in un regno digitale non così lontano, una favola bellissima che ci veniva raccontata ogni giorno.

Una storia meravigliosa dove bastava accendere una webcam, uno smartphone o una videocamera, sorridere allo schermo e pronunciare la formula magica “Hey guys!” per trasformarsi istantaneamente in milionari. Dove ogni adolescente con uno smartphone o una webcam poteva diventare il nuovo Rockefeller della generazione Z, armato di ring light e filtri Instagram, effetti speciali con Capcat e trend su TikTok.

Il grande inganno del “Fai quello che ami e non lavorerai mai!”

Penso che nessuno tra i grandi guru e maestri di vita, sul come fare soldi on-line e diventare ricchi o comunque con uno stipendio serio e non da fame, si è mai fermato per un attimo, dicendo “Fermi tutti… Stiamo sbagliando…“.

Ho il coraggio di pensare e azzardare che tutto questo è iniziato con una citazione mal interpreta di Confucio: Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita.

Il filosofo cinese, con la sua saggezza, probabilmente intendeva qualcosa di molto più profondo e spirituale: l’armonia tra passione e professione come via verso la realizzazione personale. Sicuramente non stava suggerendo di accendere una webcam e aspettare che piovessero banconote dal cielo digitale.

Ma noi, nella nostra infinita capacità di banalizzare qualsiasi concetto filosofico, abbiamo trasformato quella riflessione esistenziale in un mantra da quattro soldi. Ed ecco servito il sogno dorato del content creator che si sveglia quando vuole, gira un video per TikTok mentre è in viaggio da qualche parte in giro per il mondo oppure fa una diretta su Instagram beve il caffè e incassa migliaia di euro senza sudare una goccia.

Per non parlare di quei e quelle content creator che scoprono come mangiare con 5€ oppure dove andare a bere e mangiare finché non arriva l’ambulanza per portarti via per una lavanda gastrica, il tutto accompagnato da ottima compagnia, ottima musica e un conto “super ottimo” cit. che varia dai 15€ ai 35€ a persona, coperto compreso. Facendo di fatto sentire in colpa coloro che non sono capaci nella propria città o zona di trovare questi locali.

Per anni ci hanno venduto il sogno dorato del content creator che si sveglia quando vuole, ha le sue routine e che non si sveglia neanche se non incassa qualche migliaio di euro appena apre gli occhi.

Ci hanno fatto credere che la “passione” fosse il nuovo petrolio, che bastasse essere “autentici” per far piovere dollari dal cielo digitale. E noi, ingenui spettatori, abbiamo abboccato come pesci all’amo.

L’Italia, Paese che non si smentisce mai quando si tratta di rincorrere le mode, è diventata addirittura leader europeo in questa roulette digitale. Il 35% dei content creator italiani lavora a tempo pieno, la percentuale più alta d’Europa. Che bello, no? Finalmente eccellenti in qualcosa!

Ma aspettate, perché qui le cose si fanno interessanti.

I numeri che nessuno vuole vedere per davvero e analizzare in modo imparziale

Il rapporto “Creator Economy 2025” di Kolsquare, quella che doveva essere la Bibbia del successo digitale, ci svela una verità meno scintillante di quanto ci aspettassimo. Preparatevi, perché sta per crollare il castello di carte delle nostre illusioni social.

Il 74% dei creator italiani guadagna meno di 5.000 euro al mese. Sì, avete letto bene.

Tre quarti di questi “imprenditori digitali” o content creatore de noantri, non arrivano nemmeno a uno stipendio decente da impiegato medio. Ma il vero capolavoro statistico è questo: il 35% si porta a casa meno di 1.000 euro mensili.

Mille euro al mese. Per fare un lavoro “a tempo pieno”. In un Paese dove l’affitto di un monolocale a Milano costa più del loro intero guadagno.

Cioè oggi andare in una qualsiasi azienda che cerca un Social Media Manager Junior, potrebbe permettere a queste persone di avere uno stipendio più decente di quello che guadagnano facendo il content creator.

Solo il 9% riesce a racimolare tra i 5.000 e i 10.000 euro mensili, mentre appena il 4% – praticamente l’equivalente digitale di vincere alla lotteria – supera questa soglia.

Vorrei azzardare questa affermazione: è come se avessimo convinto un’intera generazione e i loro familiari o i famigliari degli amici che tutti possono diventare Chiara Ferragni, quando lei è letteralmente l’eccezione che conferma la regola. Anzi non è per niente un azzardo la mia affermazione, è proprio così.

Siamo riusciti a far credere che chiunque può farcela, non solo parlando in modo diretto alla generazione Z o alla generazione Y (i Millennials per capirci… merda mi sono appena accorto di essere vecchio) che questo è il lavoro del futuro e siamo stati talmente bravi ad imbrogliarli che abbiamo fatto credere anche alle loro famiglie che loro sono capaci di farcela.

La favola del successo facile

Ma come siamo arrivati a questo punto? Come abbiamo permesso che si diffondesse questa narrativa tossica del “successo facile“?

Semplice: abbiamo guardato solo i vincitori. Abbiamo visto Chiara Ferragni guadagnare tra 82.100 e 102.000 dollari per ogni post sponsorizzato e abbiamo pensato: “Se ce l’ha fatta lei, posso farcela anch’io!“. Senza pensare che probabilmente dietro quel post ci fosse tutto uno studio a tavolino sul come creare la foto, come presentare il prodotto o il servizio. Tanto si è sempre detto “bisogna essere se stessi e spontanei“.

Abbiamo osservato i MrBeast di turno costruire imperi milionari e ci siamo convinti che fosse la norma, non l’eccezione statistica più rara del cosmo.

È come se guardassimo solo Cristiano R., Leo Messi, Neymar Jr e dicessimo: “Ecco, il calcio rende ricchi!”. Senza considerare che per ogni Cristiano R., Leo Messi e Neymar Jr ci sono migliaia di calciatori che giocano in Serie D guadagnando 500 euro al mese, a volte anche meno e vendendo assicurazioni nel tempo libero.

L’illusione della democratizzazione del successo

Il bello di questa favola è che sembrava così democratica, così alla portata di tutti. Non serviva laurearsi, non serviva un master, non servivano anni di gavetta. Bastava essere “creativi”, essere “se stessi”, avere qualche “migliaia di visualizzazioni” e il gioco era fatto.

Il 36% dei content creator italiani ha scelto questo percorso principalmente per il guadagno. Tradotto: più di un terzo di loro si è buttato in questo mondo sperando di fare soldi facili. E ora si ritrova con uno “stipendio” da stagista, ma con tutti i rischi dell’imprenditoria e zero tutele sindacali.

Probabilmente con affitti da pagare in città metropolitane costose, con bollette e tutto il resto. Però sono dei creativi no, quindi tutte queste spese le affrontano in modo creativo.

La cruda realtà del 2025

La ciliegina sulla torta arriva dai dati DeRev: rispetto al 2024, i guadagni degli influencer nel 2025 sono diminuiti. Quindi in coro, prima di continuare, ci starebbe un “Grazie, Graziella e Grazie ar Ca….”
Anche se si tratta di un “calo contenuto” rispetto ai crolli precedenti (-47,4% su Facebook, -21% su YouTube, -19% su TikTok negli anni passati), la tendenza è chiara: il mercato si sta “normalizzando” per non dire che si sta saturando e la coperta inizia ad essere molto corta per almeno 15 motivi che non sto ad elencarvi perché siete abbastanza svegli per identificarli tutti.

Tradotto dal linguaggio burocratico a quello del parla come mangi: signori e signore la bolla sta scoppiando, mettetevi al riparo.

Il lato oscuro del sogno digitale

Quello che nessuno racconta è il lato oscuro di questa economia delle illusioni. Questi “imprenditori digitali“, ahm no aspetta content creator o influencer, lavorano spesso 12 ore al giorno, sette giorni su sette, senza ferie, senza malattia, senza pensione. Devono essere sempre “on”, sempre sorridenti, sempre disponibili per la loro “community”.

E quando i numeri non arrivano? Quando l’algoritmo decide di non essere clemente? Quando il trend cambia e il tuo contenuto non è più “rilevante”? Ti ritrovi senza stipendio, senza tutele, e con un CV che recita “Ho fatto video su TikTok per tre anni”.

Per non dimenticare che il passo prossimo è quello di entrare in burnout. Ed ecco che vi allego o meglio incorporo questo video dal titolo: Burnout dei Content Creator: il parere dello psicologo

La democratizzazione della precarietà

In realtà, la Creator Economy ha democratizzato qualcosa: la precarietà. Ha convinto migliaia di giovani che l’instabilità economica fosse “flessibilità”, che l’assenza di diritti fosse “libertà”, che dipendere dai capricci di un algoritmo fosse “imprenditorialità”.

Il 62% dei creator italiani seleziona i marchi in base alla condivisione di valori, mentre solo il 36% mette il compenso economico in cima ai criteri di scelta. Che bello, sono così idealisti! Peccato che l’idealismo non paghi l’affitto.

Il risveglio dal sogno

Ora non fraintendetemi: non sto dicendo che tutti i content creator o gli influencer siano destinati al fallimento, anche perché alcuni di loro mi servono per davvero e mi sono utili. Quello che dico è che alcuni ce la fanno davvero, alcuni costruiscono carriere solide e durature, come già successo in passato. Ma sono l’eccezione, non la regola. E soprattutto, non è mai stato così “facile” come ci hanno fatto credere.

Il problema è che abbiamo venduto ai giovani l’idea che essere influencer o content creator fosse un lavoro sicuro e redditizio, quando in realtà è più simile a giocare alla lotteria ogni giorno. Solo che invece di comprare un biglietto, investi il tuo tempo, le tue energie e spesso la tua salute mentale.

Tempo e salute mentale che nessuno potrà mai restituire.
Tempo e salute mentale che non potranno essere comprati con il danaro.

La morale della favola

La Creator Economy non è il nuovo Eldorado che ci avevano promesso. È un mercato come tutti gli altri, con le sue regole spietate, i suoi vincitori e i suoi perdenti. E come in tutti i mercati, la stragrande maggioranza delle persone si ritrova nella categoria “né vincitori né perdenti”: semplicemente sopravviventi.

Forse è ora di smetterla di raccontare favole ai giovani. Forse è ora di dire la verità: che il successo richiede impegno, competenze, studio, analisi, attenzione, fortuna e spesso un piano B. Che non tutti possono diventare influencer o content creator milionari, così come non tutti possono diventare calciatori professionisti o attori di Hollywood.

E forse, solo forse, è ora di smettere di credere che una webcam e qualche “cuoricino” possano sostituire un contratto di lavoro vero, con diritti veri e tutele vere.

Perché alla fine, quando i follower se ne vanno e l’algoritmo smette di essere clemente, rimani tu, il tuo computer e la cruda consapevolezza che le favole, per definizione, non sono reali.


P.S.: Se state leggendo questo articolo mentre progettate di mollare tutto per diventare TikToker, YouTuber o altro, forse è il caso di riflettere un attimo. Il mondo ha bisogno anche di idraulici, elettricisti e programmatori. E loro, a fine mese, lo stipendio lo vedono davvero e anche qualche benefit.


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