Non sarai mai abbastanza italiano per loro

Il razzismo è un fenomeno sociale che persiste in molte nazioni, compresa l’Italia. Nonostante gli sforzi di integrazione e l’impegno a diventare buoni cittadini, molte persone con origini straniere si trovano a dover affrontare pregiudizi e discriminazioni.

Questo articolo, no questa mia pagina nel diario che vuole essere un ricordo per il futuro, esplorerà come, per quanto ci si sforzi, spesso non si è mai considerati “abbastanza italiani”. 

Faccio questa premessa:
Questo articolo iniziai a scriverlo il 18 Luglio e come molti altri che sono presenti nel database di questo blog personale, non sarebbe mai uscito fuori. Perché mentre lo scrivevo, pensai che tanto alla fin fine è l’ennesimo articolo e l’ennesima riflessione sul razzismo o sulle origini delle persone. Pensai anche al fatto che tanto come al solito finirà per essere letto da quelle solite 10 persone che mi leggono.

Però questa volta lo pubblico, perché penso che questa riflessione debba rimanere nel tempo e hai posteri come tutte le altre cose che ho scritto qui dentro. Inoltre, ho deciso di pubblicarlo dopo aver visto per l’ennesima volta più di commento sui social che mi ha fatto riflettere su una frase che molti anni fa una persona mi disse: “Non sarai mai abbastanza italiano per loro! Per quanto tu provi ad integrarti e provi a dimostrare quello che vali, il tuo nome e il tuo cognome, ma soprattutto le tue origini saranno la tua croce.

Mi fa male e ci rimango male, quando un ragazzo di 24 anni viene attaccato per le sue origini prima delle olimpiadi per il suo nome e il suo cognome. Mi fa male e ci rimango male, quando un ragazzo di 19 anni vince un bronzo viene attaccato per il colore della sua pelle.

Il contesto del razzismo in Italia

La storia parla chiaro!
L’Italia, come molti altri paesi, ha una storia complessa riguardo all’immigrazione e all’integrazione. Se vivi come me nel veneto, è impossibile non trovare qualcuno che ti racconti dell’emigrazione dei veneti in Brasile, Argentina e Svizzera, per non parlare di Germania e altri paesi.

C’è persino una pagina su Wikipedia dedicata all’emigrazione veneta. Non solo sul sito della Regione Veneto è possibile leggere “L’emigrazione in cifre: il veneto prima regione nella classifica dell’esodo con 3,2 mln di emigrati – oggi sono 126 i circoli dei veneti nel mondo, presenti in 18 stati“.

Questo tipo di informazioni sicuramente valgono anche per le altre regioni e province italiane, ma da qualche parte dovevo pur iniziare questo racconto.

Perché lo so benissimo, per non parlare del fatto che sono un figlio di emigrati e lo visto come negli ultimi decenni, l’aumento del flusso migratorio ha portato a una maggiore diversità etnica e culturale. Tuttavia, questa diversità non sempre è stata accolta con apertura e inclusione. Il razzismo, sia esplicito che implicito, rimane una realtà per molte persone di origine straniera.

È sempre stato così. Anzi il razzismo in modo implicito ci ha sempre marciato sopra e ha portato a quello esplicito. Perché mi ricordo ancora quando mi è stato chiesto da un insegnante a scuola “Harabor, dove pensi di essere nella giungla romena?” oppure “Eh ma quelli come te si sa che perdono tempo sui banchi di scuola, tanto abbandonerai e al massimo nella vita farai il manovale“. Poi nel tempo, tra luoghi comuni e fatti di cronaca anche banali, sono finito sotto la lente di molti per le mie origini.

Gli sforzi di integrazione, mai messi in pratica per davvero!

Educazione e lavoro

Per quello che si possa pensare, perché qualcuno si sofferma solo sul caso X o Y, molte persone di origine straniera investono significativamente nell’educazione e nella formazione professionale per potersi integrare meglio nella società italiana. In molti studiano la lingua, acquisiscono competenze e cercano di contribuire attivamente all’economia del paese.

Chi dice il contrario mente sapendo di mentire!

Nonostante ciò, spesso si trovano di fronte a barriere invisibili che limitano le loro opportunità di carriera e riconoscimento. Tanto alla fin fine, sappiamo tutti quelle che sono le affermazioni di circostanza in questi casi. 

Cultura e società

L’integrazione non si ferma al solo ambito lavorativo. Molti individui partecipano attivamente alla vita sociale e culturale italiana, adottando tradizioni e partecipando a eventi locali. Tuttavia, anche questi sforzi spesso non bastano per essere accettati pienamente. La discriminazione si manifesta in modo sottile, attraverso commenti o atteggiamenti che evidenziano una differenza percepita tra “noi” e “loro”.

Quando la discriminazione si manifesta in modo sottile e quasi non viene vista per vari motivi, è quella che dal mio punto di vista fa molti più danni. Perché il “noi” e “loro” diventa quella goccia che spacca una montagna, goccia dopo goccia. 

L’autoghettizzazione come strategia di sopravvivenza

La ricerca di una comunità

Nonostante gli sforzi per integrarsi nella società italiana, molte persone con origini straniere scelgono la strada dell’autoghettizzazione. Questa è una di quelle affermazioni che sostengo da oltre 20 anni. Perché varie volte mi è stato chiesto “Perché quelli si ritrovano tra di loro?”, “Perché quelli stanno e parlano solo tra di loro?”. La mia risposta è sempre stata “Non è colpa loro. Non vogliono e non possono stare da soli”.

Questo fenomeno avviene quando individui o gruppi decidono di vivere e interagire principalmente con persone della stessa origine etnica o culturale. Questa scelta spesso deriva dalla necessità di trovare un senso di appartenenza e sicurezza in un contesto che altrimenti li escluderebbe.

Va detto che il fenomeno dell’autoghettizzazione non è una cosa che mi sono inventato io, ma è un neologismo che esiste da diversi anni in circolazione. La voce nel vocabolario Treccani recita: s. f. Autoesclusione da un gruppo nel quale non ci si riconosce o dal quale non si è accettati; il costruirsi un ghetto da sé stessi. Fonte Treccani.

Non solo prima di questo neologismo, questo fenomeno aveva altri nomi e definizioni, ma il concetto alla base è sempre stato questo. Cioè se “noi” non riusciamo a stare con “loro” e non ci accolgono, allora noi incontriamoci tra di “noi” e “loro” possono continuare per la loro strada.

Evitare la solitudine

Per quanto vi possa sembrare strano a voi che leggete questo mio articolo e mia riflessione. L’autoghettizzazione permette di evitare la solitudine che può derivare dalla continua esclusione e discriminazione. Trovare rifugio in una comunità simile offre supporto emotivo e pratico, aiutando a mantenere un senso di dignità e identità. Le persone cercano così di creare un ambiente in cui possono vivere una vita più serena e protetta, anche se questo significa rinunciare a una piena integrazione nella società italiana.

Le conseguenze sociali

Mentre l’autoghettizzazione può fornire un immediato sollievo dalla discriminazione, a lungo termine può contribuire alla frammentazione sociale. Le comunità separate possono rafforzare le divisioni esistenti, rendendo ancora più difficile la costruzione di una società inclusiva e coesa. Inoltre, questo fenomeno può perpetuare stereotipi e pregiudizi, alimentando un ciclo di incomprensione e discriminazione reciproca.

Ed eccoci qui vostro onore, nella situazione attuale dove puntiamo il dito gli uni contro gli altri.

Gli atleti italiani di origine straniera

L’Italia vanta numerosi atleti di origine straniera che hanno portato alto il nome del paese in ambito internazionale. Da Chamizo a Crippa, passando per Jacobs, Anzhelika, Dragan, Wenling, Danijel, Edwige, Nathalie, Tecuceanu, sono solo alcuni degli atleti italiani nati all’estero oppure nati in Italia da genitori con origini straniere. Tuttavia, anche chi è nato nel nostro Paese deve aspettare i 18 anni per avere la cittadinanza e vestire la maglia azzurra. Per non parlare di tante altre poche fortune.

Ve lo dice uno che ha la doppia cittadinanza che oggi corre in giro per il mondo grazie ad un passaporto che gli apre più porte e gli da la possibilità di avere meno restrizioni.

Nonostante questi atleti vincano e portino a casa medaglie per l’Italia, spesso sono considerati come non italiani, visti come naturalizzati solo per scopi economici e per portare a casa medaglie. Le loro vittorie e contributi sembrano non bastare per superare i pregiudizi radicati.

La squadra italiana per Parigi 2024

A Parigi 2024, l’Italia è partita con la squadra più numerosa della sua storia ai Giochi Olimpici. Il gruppo azzurro, composto da 403 atleti (209 uomini e 194 donne), parteciperà a 34 diverse discipline sportive. Il CONI ha ufficializzato i nomi dei componenti del team al termine previsto per la comunicazione della lista degli atleti.

Nonostante il loro impegno e le loro vittorie prima di questi Giochi Olimpici, così come l’impegno e le vittorie portate a casa durante questa manifestazione, molti di questi atleti si trovano a dover affrontare discriminazioni e pregiudizi. Sono spesso visti come “estranei” che rappresentano l’Italia solo per opportunismo, piuttosto che come veri e propri cittadini italiani che contribuiscono con orgoglio al prestigio del paese.

Voi non sapete quanto possa fare male ad una persona che già quotidianamente deve combattere contro se stessa per essere migliore e migliorare i propri risultati, doversi leggere commenti, articoli di giornale e chi più ne ha, più ne meta. In cui si viene fatto leva sulle sue origini, sull’opportunismo di vestire i colori azzurri o per il colore della pelle. 

Tanto alla fin fine ci si sofferma a questa affermazione “Sono sportivi, sono pieni di soldi e non vanno mica a lavorare in fabbrica. Quindi ci sta prenderli in giro, che vuoi che sia. Questo è il tifo”.  Così come ci si sofferma su affermazioni come “Va beh dai, sono 3 commenti ogni 10 quelli lasciati dagli analfabeti funzionali”. Certo a forza di guardare così, quella che è una situazione di razzismo implicito e sottile diventa poi tutto esplicito.

Le esperienze personali

Le storie personali sono spesso la testimonianza più potente di come il razzismo influenzi la vita quotidiana. Molti italiani di seconda generazione, nati e cresciuti in Italia, continuano a essere visti come stranieri a causa del loro aspetto o delle loro origini familiari. Nonostante parlino perfettamente l’italiano e condividano la cultura del paese, sono spesso trattati come cittadini di serie B.

Quindi si molti di loro si sentiranno dire “Non sarai mai abbastanza italiano per loro, qualsiasi cosa farai. Tu però devi chinare la testa e andare avanti“.

Le conseguenze psicologiche e sociali

Isolamento e frustrazione

Le esperienze di discriminazione possono portare a sentimenti di isolamento e frustrazione. Sentirsi costantemente giudicati per le proprie origini può minare l’autostima e il senso di appartenenza. Questo isolamento può avere gravi conseguenze sulla salute mentale e sul benessere delle persone colpite. Ed ecco che anche i loro risultati, soprattutto quando sono sportivi, ne risento.

Divisioni sociali

Il razzismo non colpisce solo gli individui, ma ha anche un impatto sulla coesione sociale. Le divisioni create dalla discriminazione possono portare a tensioni all’interno delle comunità e ostacolare lo sviluppo di una società veramente inclusiva e armoniosa.

Cosa possiamo fare per combattere il razzismo?

La risposta più veloce a questa domanda è: quello che diciamo da una vita, ma rimandiamo sempre perché tanto non ci sono mica tutti questi casi di razzismo. 

Invece non è così. È arrivato quel momento e punto storico in cui dobbiamo fare i conti con i compi e le cose non fatte ed iniziare per davvero a fare queste cose:

Educazione e sensibilizzazione

Uno dei passi più importanti per combattere il razzismo è l’educazione. Sensibilizzare le persone sui danni della discriminazione e promuovere la comprensione interculturale può aiutare a ridurre i pregiudizi. Le scuole e le istituzioni educative giocano un ruolo cruciale in questo processo.

Politiche inclusive

Le politiche governative possono fare molto per promuovere l’integrazione e combattere il razzismo. Leggi anti-discriminazione più rigorose e programmi di supporto per le minoranze possono contribuire a creare un ambiente più equo e giusto per tutti i cittadini.

Dialogo e partecipazione comunitaria

Promuovere il dialogo tra diverse comunità e incoraggiare la partecipazione attiva degli immigrati nella vita pubblica può aiutare a costruire ponti e superare le divisioni. Eventi culturali e iniziative di quartiere possono favorire la conoscenza reciproca e la collaborazione.

Conclusione

Nonostante gli sforzi di integrazione e l’impegno a essere buoni cittadini, molte persone di origine straniera continuano a lottare contro il razzismo in Italia. La scelta dell’autoghettizzazione è spesso una strategia di sopravvivenza di fronte alla discriminazione e all’esclusione. È fondamentale riconoscere e affrontare queste discriminazioni per costruire una società più inclusiva e giusta. Solo attraverso l’educazione, politiche inclusive e il dialogo possiamo sperare di superare i pregiudizi e creare un futuro in cui tutti siano veramente considerati cittadini a pieno titolo.

Con questo vi auguro lunga vita e prosperità 🖖 e a questo punto non mi rimane altro da fare che aspettarvi sul mio canale Telegram, dove cerco di pubblicare anche altri contenuti interessanti e utili. Invece se consideri che questa post e guida ti hanno salva la vita, ma soprattutto fatto risparmiare incazzature, puoi offrire una birra media o un caffè qui.

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